Città del Messico, 21 agosto 1940. Sono le 19.25 quando in un letto di un ospedale di Citta del Messico muore dopo una lunga agonia Lev Davidovič Bronštejn, noto come Lev Trotsky, Trotsky scelse questo pseudonimo molti anni prima quando era fuggito dall’esilio siberiano per riparare a Londra fuggendo dalla repressione zarista.
La causa della morte di Trotsky è la profonda ferita cranica, più di 7 centimetri, provocata dal colpo di piccone sferrato nella casa del rivoluzionario russo, da Ramon Mercader, che si era finto un trotskista, a Coyoacan, un sobborgo di Città del Messico.
Mercader, tuttavia, non era un folle, ma uno uomo al soldo di Stalin, il suo ordine era ben definito: assassinare Trotsky portando a termine un piano strutturato e studiato nei minimi dettagli dall’apparato stalinista.
Intorno a Trotsky che viveva da esiliato in Messico dal 1937, vi era una rete di protezione fatta principalmente da militanti trotskisti e amici, tra cui spicca il muralista Diego Rivera.
Mercader entrò in casa di Lev Trotsky sotto il falso nome di Frank Jackson, per la prima volta il 17 agosto. Avevendo una relazione con una compagna trotskysta.
Si presenta come un canadese, un leninista di ferro e sostenitore del rivoluzionario russo. È giunto fino in Messico nella speranza di sottoporre a Trotsky un articolo (sui cui Trotsky aveva delle perplessità sulla struttura e la forma dello stesso) sulla Quarta Internazionale.
In quel primo incontro Trotsky, diradando l’abituale cortina di sospetto che da tempo aleggiava sulla casa dell’esule russo, fa un errore di valutazione che gli si dimostrerà, però, fatale.
Il 20 agosto Jackson si presenta alla porta di Trotsky, sono da poco passate le 17 quando il “Vecchio” fa entrare il suo assassino. L’agente spagnolo dissimula il suo ruolo di trotskista e seguendo il copione di buon militante sottopone a Trotsky il suo articolo e mentre il rivoluzionario è voltato afferra e colpisce a morte il leader dell’Armata Rossa.
Nella sala nel frattempo, scossi dalle urla di Trotsky, arrivano le guardie del corpo, precedute dalla moglie del leader. Mercader prova a fuggire ma invano.
Il rivoluzionario cade in coma e poco più di ventiquattr’ore dopo esala l’ultimo respiro è il 21 agosto del 1940.
Mercader, nel frattempo viene arrestato e condotto in prigione. Nelle settimane successive inizia il processo, al termine del quale verrà condannato a vent’anni di prigione.
Ramon Mercader lascia il Messico il 6 maggio 1960, dirottando poi all’Avana, dove muore il 18 ottobre 1978, a causa di un tumore non prima di aver ricevuto il titolo di Eroe dell’Unione Sovietica e dell’Ordine di Lenin. Lo Stalinismo sapeva premiare gli assassini dei marxisti rivoluzionari.
A proposito dell’atroce omicidio, Mercader (nel cui albero genealogico troviamo una parentela con la seconda moglie di Vittorio De Sica, l’attrice Maria Mercader), in una delle udienze, così rievoca i concitati momenti dell’omicidio:
«Lasciai il mio impermeabile sul tavolo, in modo tale che fossi in grado di rimuovere la piccozza che si trovava nella tasca. Decisi di non mancare la meravigliosa opportunità che si presentava. Il momento in cui Trotsky cominciò a leggere l’articolo mi diede la chance, estrassi la piccozza dall’impermeabile, la strinsi in pugno e, con gli occhi chiusi, sferrai un colpo terrificante alla sua testa.»
Ad ottantasei dalla sua morte, Trotsky resta l’obiettivo di una incessante campagna di falsificazione e menzogne, tutte le distorsioni non possono e non potranno mai sminuire il posto straordinario occupato da Trotsky nella storia.
Oggi, il miglior modo per ricordare Trotsky è quello di far vivere il suo pensiero eretto sul marxismo rivoluzionario e sull’internazionalismo: la teoria della rivoluzione permanente, l’opposizione al socialismo in un solo paese di Stalin, la critica alla burocratizzazione dello Stato sovietico e la necessità della Quarta Internazionale per estendere la rivoluzione mondiale sono un metodo ed un obiettivo sui cui tutti i marxisti rivoluzionari sono chiamati, tutt’oggi, a lottare.

