Interventi Politica

Elezioni a Reggio Calabria: Cannizzaro vince, senza che “abbi” mai avuto opposizione

Nel titolo abbiamo usufruito di una delle tante licenze poetiche del nuovo sindaco di Reggio Calabria. Lo facciamo solo per rimarcare che siamo alle solite: c’è una Reggio assopita e prona a qualsiasi abuso che, in prossimità delle elezioni comunali, riscopre di avere un’identità, e rivive la politica. Ma la domanda da porsi sarebbe: quale politica?

I candidati hanno poco da dire in termini di principi e programmi. Fanno solo proclami, con la solita e roboante promessa finale: il cambiamento! Simmetricamente, c’è un elettorato (ormai ridotto a un misero 65%; bella rappresentanza!) che risponde “presente!” sull’attenti e non si azzarda nemmeno a valutare quei programmi, o spulciare le liste dei candidati, magari per farsi un’idea di chi siano quei pupi nelle liste… Perché di pupi si tratta! E questo lo sa persino l’elettore medio. Infatti, dall’alto della sua medietà, gioca d’anticipo mettendo in campo tutta una serie di tattiche che gli consentono di districarsi nei 2-3 mesi – quelli che contano – della campagna elettorale.

Osserviamoli da vicino.

Ecco uno degli elettori destreggiarsi promettendo il voto ad almeno 2-3 candidati, salvo sperare che poi nella propria sezione Mister X e Mister Y almeno un voto lo prendano (di qualcun altro ovviamente, ma almeno salverà la faccia e potrà dire che il solo voto risultante è proprio il suo). Fa così perché da qualche parte ha sentito che “la  virtù sta nel mezzo”, ma lui ha applicato stando “nto menzu a tutti i parti”. E mentre si chiede “non è che quello che non prende manco un voto nella mia sezione???”, incrocia le dita e nel frattempo sciuppa i caffè che gli offrono, colleziona “santini” e saluta con un “Ma ceeeeerto che ti voto. Stai tranquillo. Io non guardo destra e sinistra, io voto la persona!”. Fatta anche questa leccatina, sprizzando medietà da tutti i pori, non resta che aspettare il fatidico giorno delle elezioni.

Si sarà già capito a questo punto: non ci sono principi in questa storia, non c’è ideologia e non c’è neanche un barlume di istanza politica, e soprattutto non si chiedono informazioni sul programma di questo o quel candidato. Tanto è tutta una questione personale: tu mi prometti qualcosa e io ti voto. Punto. L’unica cosa che cambia, eventualmente, è il modus operandi.

Per esempio, se il nostro elettore gliel’avesse già promesso da tempo a qualcuno (il voto; che avete pensato?), allora potrà letteralmente non ragionar di loro, ma guardare e passare. È più o meno come avere lo spam pronto per ogni occasione: durante la telefonata di quella persona che non si sentiva dai tempi delle scuole, al bar quando anche il solito scorbutico ha un insolito sorriso “alla Silvio” stampato in faccia, o mentre si è in auto e qualcuno saluta invitando a scendere per un caffè. È in quei momenti che, alla fatidica richiesta, si potrà tagliare corto dicendo “Ormai sono già impegnato!”. Chi è “impegnato” non ha tempo da perdere. 

In campagna elettorale nessuno tira dritto come prima, tutti riconoscono tutti e, soprattutto, i politici hanno sempre tempo per tutti. Quasi ogni cittadino potrebbe sentirsi importante, perché ora si sente “calcolato”.

Nella peggiore delle ipotesi, ma parliamo proprio di elettore sfigato, si è candidato un suo cugino ed è costretto a votarlo. Non gli passa minimamente per la testa che candidare tutti e tutte è proprio il metodo con cui si obbligano famiglie (in blocco) a mettere la fatidica X sul punto esatto della scheda (non sia mai che la mano dovesse tentennare all’ultimo momento).

In ogni caso, se dovesse vincere la propria “parte”, anche lui si riterrà già con mezzo piede sul carro, visto che tutta la sua famiglia ha portato voti. La fedeltà richiede il suo premio! Voto che, volendo, si può anche arrivare ad esibire al “barone” di turno nel caso di un “controllo di lealtà”, e con tanto di foto scattata dentro il seggio e numero di sezione per attestare la propria fedeltà. Ma questo è un altro discorso. O no?

Un’altro tipo di elettore è quello che vota sempre lo stesso personaggio, ma ha un vantaggio comparato: lo “frequenta”. È già schierato e lo sanno tutti. È una cosa da ostentare, come in quello spot sul diamante: un voto è per sempre! Infatti, anche se il prescelto dovesse passare dal PD a Forza Italia, o in una lista civica, il nostro fedele elettore gli resterà incollato, perché il suo voto appartiene a “iddu”. Punto! Non ha tempo da perdere con altre proposte. (L’unica clausola che può sciogliere questo patto di ferro è la morte. Morte dei candidato più che degli elettori, visto che su questi ultimi a Reggio si fanno i miracoli.)

Tirando le somme: per loro non esiste un partito o una lista, destra, sinistra ecc. Macché. Esiste solo la “parte”: quella parte o l’altra parte, quella degli altri… A contare è ovviamente chi ha vinto: è quella la parte “giusta”. Solo scommettendo su un vincente si potrà chiedere una “cosa” in cambio: la propria fetta, l’aiuto in caso di bisogno, quel mezzo cavillo burocratico da sistemare e così via. Tanti sono i voti e tanto ti tocca però. Quindi occhio alla bilancia!

A parte gli scherzi. La nostra solidarietà va a chi non ha potuto scegliere. Va a chi, in cambio di un posto di lavoro, ha demandato il proprio voto a vita. Va a chi stenta e obbedisce rassegnato perché non ha la possibilità neanche di dire cosa pensa, figuriamoci se può scegliere chi votare.

Intendiamoci, non sono tutti nelle condizioni appena descritte. La percentuale di affluenza è lì ad attestarlo. Il 35% ha ben pensato di non andare a votare. Sono quelli che hanno potuto scegliere e magari hanno anche un basilare concetto di democrazia (seppur borghese), ma hanno soprattutto viva la memoria dei trascorsi andati a male.

Sicuramente, questo 35% è composto da lavoratori, disoccupati o pensionati che hanno poco da promettere e molto da chiedere, ma sono già rimasti nauseati dal sistema e non vogliono scenderci più a patti. Non hanno neanche più voluto portare a braccetto la madre, la zia o un parente qualsiasi in sezione a votare, solo per aumentare il proprio tornaconto. Avendo una dignità, loro, preservano anche quella dei loro cari. Hanno capito che c’è un limite a tutto, hanno giurato che non voteranno più!

È proprio a tutti loro che ci rivolgiamo oggi: avete fatto bene! È stata la solita farsa. Chi non l’ha ancora capito, lo vedrà negli anni a seguire. Verrebbe da chiuderla dicendo che funziona così e che la democrazia borghese è proprio questa: “è il capitalismo, bellezza!”.

Il punto è che non ve lo meritate, non ce lo meritiamo.

Di problemi ne avete visti a migliaia, sempre irrisolti; di parenti ne avete visti partire a vagonate, e di soluzioni ne abbiamo piene le…! È ora di dire basta! Se non ci sentiamo rappresentati è perché non siamo rappresentati.

Chiunque dica di rappresentarci e poi va in coalizione col PD o col M5S, o si fa una lista civica con la solita solfa di essere “dalla parte del cittadino” (come se fossimo tutti uguali, con gli stessi bisogni e le stesse difficoltà) è parte in causa di tutto questo. Non rappresenta di certo una possibile soluzione. Voi l’avete capito. Si chiama “opportunismo” politico e non è nato ieri. È il solito errore nel migliore dei casi, oppure la solita complicità con la borghesia, nel peggiore. Ma che differenza fa? Non c’è la terza opzione: tertium non datur. In politica anche l’ingenuità e l’impreparazione sono colpe. E dopo decenni col solito canovaccio, c’è poco da farsi perdonare.

Fingersi comunisti (è il caso di Rifondazione Comunista), andare in blocco elettorale con AVS (sempre pronti a qualsiasi compromesso e con chiunque) con la scusa della solita “unità a sinistra”, è una contraddizione inestricabile.

La politica è questione di appartenenza, di formazione, di coraggio. A quanto pare, la fantomatica sinistra reggina manca di tutte e tre le componenti. L’appartenenza alla classe dei lavoratori, dei disoccupati e degli oppressi non è un’autocertificazione o un proclama da recitare. È una questione di chiarezza: o si sta da questo lato della barricata, coi lavoratori, o si sta dall’altro lato. Un partito che oscilla e cade nell’opportunismo non è altro che la barricata.

Riformisti, revisionisti che si spacciano per rivoluzionari! Talmente abituati al proprio tornaconto, al proprio posto nel partito o nell’apparato, da svendere l’intera storia del comunismo in vista di un’elezione e di un governo di collaborazione di classe. Sarebbero capaci di qualsiasi cosa. Ma nessun governo di collaborazione con la borghesia potrà mai soddisfare le rivendicazioni democratiche più elementari. Loro, che sono il lascito vivente di Stalin, Togliatti, Berlinguer, Bertinotti e compagnia bella, incarnano perfettamente lo spirito del governare con chiunque “purché si governi”: sono quelli che prima promettono e poi pugnalano alle spalle, quando la realpolitik arriva a chiedere il conto. Ma guarda un po’! Proprio quella concretezza che vantavano in ogni comizio.

Il problema fondamentale, anche in questa tornata, è stata proprio l’assenza di una chiara appartenenza di classe, l’assenza di una prospettiva e di un programma politico in ogni lista e in ogni coalizione. Ci sono state solo pagine e pagine di “cose da fare”, di buoni propositi che poi, dovendoli mercanteggiare con la propria coalizione, verrebbero realizzati in maniera monca oppure sarebbero la contropartita per una concessione da fare all’alleato (cioè PD, M5S, AVS… insomma: in bocca al lupo!). La storia questo che dimostra. È inutile sentirsi ripetere dal candidato di turno che “lui”, invece, porterà il proprio contributo nella coalizione, spostando l’equilibrio più a sinistra. Chiunque abbia letto Marx, Engels, Lenin o Trotsky sa che se la prospettiva politica è la ricomposizione del centro-sinistra (l’unità!), quella stessa ricomposizione politica farà carta straccio del programma e dei principi (qualora ve ne fossero).

In tutta onestà, la vera domanda è: se avessero vinto, cosa ci saremmo aspettati? Il cambiamento???

Il copione è già visto e rivisto, si. Ma noi ci avevamo provato, avevamo avvisato riguardo a quella sottile linea tra l’inutile e il dannoso, avvertendo che proprio “il meno peggio spiana la strada al peggio”. Infatti, allearsi con chiunque (il meno peggio) pur di non far vincere l’avversario (il peggio), a cosa ha portato?

Care lavoratrici e lavoratori, elettrici ed elettori di Rifondazione e di AVS, ci rivolgiamo di nuovo a voi, così come avevamo fatto tempo fa. Perché alla dirigenza di questi partiti piccolo-borghesi, ormai è inutile appellarsi. Non lo facciamo, soprattutto perché non siamo dei traditori vestiti da proletari, quindi non barattiamo i nostri principi. E rinnoviamo l’appello: basta ripetere sempre le stesse tragedie. Rompete e aiutateci a costruire un fronte unico rivoluzionario. È quella l’unica sinistra di alternativa!

P.S. In basso: il link alla lettera aperta dell’anno scorso. La prospettiva di classe e l’intransigenza sui propri princìpi valgono a livello nazionale così come a livello comunale, ovviamente. Ma aspettatevelo sempre un imbroglione senza principi che affermi il contrario pur di farsi votare. D’altronde, non è soprattutto per gli arraffoni che vale il famoso detto “meglio primi nel proprio villaggio che secondi a Roma”?

https://rivoluzionepermanente.org/lettera-aperta-alla-base-di-avs-e-prc/

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