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Guerra e condizione femminile. Inquietante evoluzione in Russia

Pubblichiamo l’articolo scritto dal compagno Yurii Colombo (link: https://naufraghi.ch/guerra-e-condizione-femminile-inquietante-evoluzione-in-russia/):


Il movimento russo “Resistenza Femminista contro la Guerra” è attivo dall’inizio del conflitto in Ucraina, con una capillare attività di contro-informazione sulla condizione della donna russa sotto il regime putiniano. La sua attività si svolge in rete ma anche attraverso gruppi informali d’incontro così come per mezzo della diffusione nei quartieri delle città di un bollettino (distribuito nottetempo) nelle caselle della posta dei caseggiati. 

A causa di queste attività militanti, il gruppo è stato condannato dallo Stato russo come “Agenzia Straniera”. Decine di sue attiviste sono state perseguitate penalmente e oltre cento sono state condannate a pesanti multe.  “Resistenza Femminista” con la sua presenza in oltre 40 città della Russia è oggi l’organizzazione dell’opposizione più attiva nel Paese.

«Resistenza Femminista contro la Guerra» redige ogni anno, sin dall’inizio della guerra in Ucraina, dei rapporti sulla situazione delle donne in Russia. Questi rapporti vengono redatti sulla base di informazioni provenienti da fonti aperte (media, centri di ricerca) e segnalazioni inviate al gruppo, per poi essere trasmessi a istituzioni internazionali per la difesa dei diritti umani, come ad esempio l’ONU o il PACE.

Il rapporto 2026 — “I diritti delle donne in condizioni di repressione e militarizzazione” – è di particolare interesse perché mette in luce il tragico peggioramento della condizione della donna in Russia negli ultimi 4 anni.

Uno degli aspetti più inquietanti è la grave restrizione del diritto d’aborto. Una tendenza che vediamo presente purtroppo anche in Europa, ma che in Russia si collega direttamente alla situazione bellica. 

Veniamo così a così a sapere che attualmente in 29 regioni della Federazione Russa vigono sanzioni per “istigazione all’aborto”.

È a febbraio 2026  che il numero di tali regioni è salito a 29 (tra cui i territori ucraini occupati dalla Russia) mentre nel 2025 erano ancora 23.  Da febbraio 2023 a gennaio 2026 il numero di cliniche private che praticano aborti si è ridotto inoltre di circa il 30% (da 2813 a 1961). In 15 regioni della Russia la possibilità di abortire in una clinica privata è ora completamente assente.

Nel 2025, in diverse regioni della Russia sono stati introdotte multe per le studentesse incinte che decidono di non portare avanti la gravidanza. E nel marzo 2026, la Duma di Stato ha proposto l’esclusione totale dalla protezione sanitaria pubblica obbligatoria degli aborti non effettuati su indicazione medica. Si tratta della più ignobile delle restrizioni al servizio socio-sanatario che si possa immaginare. 

Secondo Natalia, una delle redattrici del rapporto, “la situazione è abbastanza chiara: hai 12 settimane per fare una scelta. Devi trovare una clinica — e se non ce n’è una nella tua regione, devi anche trovare i soldi per andare da qualche parte. Aspettare in fila, ascoltare i consigli di tenere [il bambino], poi ti mandano in un posto, quindi in un altro, da qualche parte dal parroco, dallo psicologo, e il tempo stringe. Devi insistere 25 volte e dire: sì, ho fatto questa scelta. Poi la c’è la cosiddetta “settimana di silenzio” e così riesci a malapena ad arrivare alla dodicesima settimana”. 

Un ruolo fondamentale in questa campagna è giocato dalla Chiesa Ortodossa che si sta sempre più fondendo con lo Stato, malgrado le statistiche dimostrino abbondantemente che il divieto di aborto porta a un aumento della mortalità femminile.

Nel 2024, segnala ancora il “Rapporto”, il Ministero della Salute ha vietato la libera vendita di farmaci a base di mifepristone (ovvero la cosiddetta “pillola del giorno dopo”).

Anche la scuola sta facendo la sua parte nel far arretrare la coscienza civile:durante le ore di “Conversazioni sulle cose importanti” (una materia introdotta dal 2023 nelle scuole elementari in cui si propagandano “i valori tradizionali” del putinismo) viene costantemente promossa l’idea che la maternità sia “una missione speciale della donna”. Attualmente questa narrativa nelle scuole offre alle ragazze russe l’unica alternativa al ruolo tradizionale di custode del focolare: quello di patriota che difende eroicamente il proprio Paese. 

Tuttavia, tutte queste restrizioni all’aborto non faranno altro che aumentare i luoghi dove si pratica (a volte pericolosamente) l’aborto illegale e non risolverà certo la crisi demografica russa, alimentata dal decesso massiccio di giovani maschi al fronte, l’alcolismo e il cattivo funzionamento della sanità in molte provincie. 

La mobilitazione e la mortalità sproporzionate nelle repubbliche etniche e nelle regioni remote (Buriatia, Tuva, Daghestan e Kamchatka) hanno fatto sì che sulle spalle delle donne ricadessero compiti che nelle comunità tradizionali erano considerati maschili: ad esempio la raccolta della legna per l’inverno e la riparazione delle abitazioni. In villaggi come Sedanka in Kamchatka e nei piccoli insediamenti della Buriatia, le donne sono diventate le uniche capifamiglia. Nelle regioni con temperature estreme, l’assenza di manodopera maschile trasforma la vita quotidiana in una lotta per la sopravvivenza fisica.

Oltre alla vita domestica, le donne sono costrette ad assumersi la gestione dell’economia tradizionale (allevamento di renne e pesca), che costituisce la principale fonte di sostentamento e reddito. Insomma come nelle società primitive la donna torna ad essere la raccoglitrice-cacciatrice delle società primitive ma senza avere i privilegi tipici delle società matriarcali.

Nel Paese, inoltre, si rafforza l’influenza di associazioni informali reazionarie (ad esempio la “Comunità Russa”), che si assumono le funzioni di “polizia morale” informando cosa è consigliabile o non consigliabile in materia di sesso, contraccezione, vita sociale. 

Il ritorno dal fronte di molti reduci dell’Ucraina, spesso infermi dal punto di vista psichico e facili all’uso di narcotici e alcol, ha accresciuto la violenza sociale e domestica. “Più di mille donne – segnala ancora Natalia – sono state vittime di crimini violenti commessi dai militari nell’ultimo anno. Spesso questi ultimi non subiscono neppure delle punizioni e, invece di scontare la pena, tornano al fronte”.

Gli uomini che rientrano dal fronte soffrono spesso di disturbi da stress post-traumatico, il che mette a rischio la sicurezza dei loro cari. Inoltre, la Russia ha arruolato in guerra molti condannati per reati violenti. Al ritorno dalla guerra, questi detenuti continuano spesso a perseguitare le loro ex vittime.

L’organizzazione femminista ha coniato uno slogan: “La guerra inizia a casa”. Si presuppone, con molte ragioni,  che se nella società c’è una forte tolleranza verso la violenza, prima o poi questa “traboccherà” all’esterno. Recentemente è stata diffusa l’allarmante notizia che nel 2025 il numero di segnalazioni alla linea telefonica nazionale di assistenza per le donne in materia di violenza domestica è aumentato del 40%. Inoltre è noto che nel 60% dei casi, se un atto di violenza domestica arriva in tribunale, i colpevoli ricevono la pena minima: una multa di cinquemila rubli (circa 50 euro). 

Il ritorno alla più dura discriminazione e violenza verso le donne in un Paese che nel 1918 ebbe il primo ministro donna (Alexandra Kollontay) è anch’esso un inquietante segno di questi tempi.  

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