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La destra tra la pena e la compassione

Siamo alle solite. Oggi nei media si parla del caso Garlasco e della sua possibile ingiustizia, e subito il trogloditismo di destra si avventa come la peste, chiedendo pene per magistrati che ipoteticamente avrebbero prodotto questo errore – sospinti da una sorta di ideologia neocomunista – senza pagare. Ora, tralasciando che i postfascisti hanno taciuto sui fatti della Diaz, su Cucchi eludendo, glissando o distorcendo in modo ideologico queste ingiustizie (le ingiustizie, se hanno una tinta reazionaria, si possono tollerare!) ma la cosa che non capiamo, con tutto il nostro esercizio dialettico, è il perché richiedere una pena più severa. Perché sostenere a mo’ di scimmie urlatrici una giustizia più severa, una nuova legge del Taglione? Su quali basi, oltre all’esigenza di essere dominata da regime autoritario, la destra giunge a queste conclusioni? Vi sono dati che mostrano che una giustizia autoritaria sia più efficiente per la sicurezza della popolazione?

Proviamo a spogliarci per un secondo dal retaggio ideologico e analizziamo i dati.

Per prima cosa facciamo una premessa: molto studi, compresi quelli pubblicati su Nature Scientific Reports1, hanno mostrato una pessima attitudine e di non poco spessore tra il popolo di estrema destra a condividere notizie false, spesso concentrate su temi identitari, sicurezza e immigrazione. Insomma, la notizia e il dato diventano “veri” se si piegano alla’ideologia destrorsa, indipendentemente dalla propria fondatezza.

Nel merito, tornando a noi: servono pene più lunghe, ergastoli o addirittura pene di morte? Nei decenni scorsi il Movimento Sociale Italiano, padre politico di Fratelli d’Italia, avviò una campagna di raccolta firme per inserire la pena di morte nel nostro paese. Purtroppo per i nostalgici del ventennio pare che pene più severe servano unicamente a rendere satura la voglia di essere dominati da un nuovo “ducetto” di turno, poiché certamente non servono a far diminuire gli omicidi, ma anzi vanno di pari passo con il loro aumento. 

Tempo fa i professori di criminologia presso l’Università Bicocca di Milan,o Adolfo Ceretti e Roberto Cornelli, sommando le ricerche  di Tapio Lappi-Seppala e Martii Lehti2 in 235 Paesi tra il 1950 e il 2010, hanno evidenziato – è un dato oggettivo – come una maggiore  incarcerazione ed un livello rigido delle pene siano o quasi irrilevanti o addirittura associati ad alti tassi di violenza letale, e per giunta in aumento.

Il concetto quindi è esattamente rovesciato: il carcere deve essere strutturato come luogo di recupero e rieducazione, deve avere come obiettivo la visione di una società più inclusiva, a cui alla base vi è una più equa redistribuzione della ricchezza. Il sistema penitenziario non deve essere un  mero luogo di punizione, ma un centro di risocializzazione e formazione. 

Tutto questo ha un nome: evoluzione

Note
  1. https://www.nature.com/articles/s41598-023-34402-6#Sec6 2. https://www.ilpost.it/2017/02/06/pene-severe-omicidi/ ↩︎
  2. https://www.ilpost.it/2017/02/06/pene-severe-omicidi/ ↩︎

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