La trilogia dedicata a Trotsky, scritta da Isaac Deutscher (giornalista e militante comunista con simpatie trotskyste, espulso negli anni ‘30 dal Partito Comunista Polacco per dichiarato antistalinismo), è sicuramente, insieme a quella di Brouè (La Rivoluzione Perduta, ed. Bollata Boringhieri, ormai introvabile), una delle migliori biografie tradotte in italiano sul rivoluzionario sovietico.
Deutscher fa, da penna eccezionale qual è, un buon ritratto della vita del rivoluzionario ucraino. Si addentra nell’attività politica di Trotsky ma cerca al tempo stesso, cosa non semplice, di tracciarne anche un profilo psicologico.
Un tuffo nelle rivoluzioni, negli intrecci familiari, nelle vittorie e nelle sconfitte politiche (spesso drammatiche); queste sono le coordinate con cui l’autore si muove per descrivere Trotsky.
Lo scrittore ne analizza in profondità il lato umano: le sue due mogli, i quattro figli (tutti uccisi, direttamente o indirettamente, dallo stalinismo), le sue relazioni affettive, le amicizie con altri grandi rivoluzionari dal leader dei bolscevichi come Lenin, passando per Raikovskij, Radek; tutti hanno un posto centrale in questa opera letteraria.
Deutscher, dunque, sottolinea la vita privata di Trotsky come una sorta di supplemento essenziale alla vita politica dello stesso, e lo fa per poter tratteggiare al meglio il quadro della sua personalità. Certamente le vittorie politiche del capo dell’Armata Rossa hanno un posto di rilievo nella biografia, anche perché sarebbe impossibile non evidenziarne i successi politici. Sarebbe stato impossibile per l’ex militante trotskysta Deutscher non citare come l’appena ventiseienne Trotsky divenne presidente del soviet di Pietroburgo nel 1905, sarebbe stato impossibile non raccontare il ruolo di capo politico/organizzativo che Trotsky ebbe nelle giornate dell’Ottobre Sovietico, altrettanto non raccontare di come Trotsky, prima con Lenin e poi da solo, si sia opposto in modo netto alla degenerazione e alla politica stalinista. Ancor più difficile sarebbe stato eludere l’apporto teorico che il fondatore della Quarta Internazionale ha lasciato al marxismo rivoluzionario: teoria della Rivoluzione Permanente, tattica del Fronte Unico, Programma di Transizione ecc.
La biografia di Deutscher, come già scritto, è monumentale (grande la ricerca compiuta dell’autore; va anche ricordato che è stata scritta in piena epoca sovietica, ove l’accessibilità agli archivi della storia bolscevica era, per usare un eufemismo, era alquanto difficile). Tuttavia tende a volte a sottovalutare, o perlomeno a non dargli la giusta importanza storica, alcuni aspetti politici: uno su tutti la Quarta Internazionale. L’importanza che la Quarta Internazionale riveste per Trotsky, il suo compito storico e il suo contributo al marxismo rivoluzionario vengono più da una volta ridimensionati dallo scrittore, nel II e soprattutto III volume, come proposta politica.
Indubbiamente, e indipendentemente dalle critiche, questa trilogia di Deutscher (per opera della casa editrice Pgreco) ha molti meriti, tra cui quello di far conoscere il pensiero di Trotsky ai giovani e agli appassionati della storia bolscevica. Un aspetto di poco non poco conto.
Andando più a fondo nei tre tomi (Il profeta armato, Il profeta disarmato e Il profeta esiliato) si trovano alcune osservazioni interessanti che richiedono attenzione. Deutscher riporta, ad esempio, una descrizione su Trotsky fatta dal grande oratore bolscevico Lunacharsky: “Il suo successo in questo campo non fu dovuto però alla sua coscienza degli uomini, ma alla chiarezza e precisione dei suoi piani, al suo impulso e alla sua forza di volontà, ed al suo metodico sistema di lavoro. La capacità di un lavoro metodico, nel quale superò Lenin, era rara in un paese in cui la gente non dava gran valore al tempo e alla fatica. La sua attuale e intima collaborazione con Lenin era fondata su un evidente equilibrio individuale tanto quanto sugli scopi comuni a cui tendevano.” (Il profeta armato, pag. 465).
Trotsky era proprio così come lo descrive Lunacharsky: illustre teorico (il migliore dei bolscevichi), metodico nel lavoro e dotato di grande forza di volontà, quella che gli ha permesso per diciassette anni di contrapporsi – da marxista rivoluzionario e con l’uso della sola penna – alle calunnie, alle violenze e alle mistificazioni fabbricate dal “nuovo Gengis Khan”1: Stalin.
Trotksy viene descritto nei testi come un “profeta”, quale in un certo senso fu. Con il metodo marxista, Trotsky non solo riuscì a leggere con lucidità, sin dalla metà degli anni ’30, le dinamiche politiche – come se avesse una sfera di cristallo – che portarono allo scoppio della Seconda guerra mondiale, ma riuscì anche a teorizzare la giusta “ricetta” per la rivoluzione (la Rivoluzione permanente) prima di tutti i marxisti rivoluzionari di inizio ‘900, anche dello stesso Lenin (che vi giunse circa una decina d’anni dopo Trotsky, nell’aprile del 1917 con le famose “Tesi d’Aprile”.
Oltre a dipingere Trotsky in tutti suoi lati, come già detto, da quello politico a quello personale, lo scrittore polacco centra alcuni “effetti collaterali” che la figura del rivoluzionario ha prodotto negli ambienti sovietici.
Prova, Deutscher, ad analizzare le motivazioni per cui Trotsky divenne innominabile nell’Unione Sovietica e non solo – si pensi che in Urss, al tempo di Stalin, nel dizionario storico era presente la voce “trotskysmo” (variante del fascismo) e non “Trotsky”. Com’è possibile, si domanda l’autore, che Trotsky non fosse stato riabilitato dal PCR nonostante la “destalinizzazione” compiuta di Khrusciov? Perché era ancora considerato come uno spettro di cui non si poteva pronunciare il nome?
“Dopo la dichiarazione di Khrusciov su Stalin, che aveva annientato i propri critici nel partito ricorrendo a false e mostruose accuse, gli storici aspettavano un’esplicita riabilitazione delle vittime delle grandi purghe… Verso la fine del 1956 o inizio ’57, durante la reazione contro la rivolta ungherese, Mosca decise di abbandonare la restaurazione della verità storica. I dilemmi e le vicissitudini della vita contemporanea tornarono a riflettersi sugli scritti storici, e in particolare sulla trattazione di Trotsky.…Khrusciov tenta di bandire la verità su Trotsky senza ricorrere ad un’adulterazione sfacciata, si contenta di una distorsione “ridotta “e questo basta a ridicolizzare l’anatema.” (prefazione, Il profeta disarmato)
Insomma il trotskysmo, come giustamente Deutscher fa notare, per gli stalinisti di tutte le sfumature non ha rappresentato solamente un problema di verità storica, ma ha rappresentato e rappresenta l’alternativa rivoluzionaria alla controrivoluzione dei regimi burocratici stalinisti.
Trotsky era di fatto incompatibile con la letteratura sovietica “ufficiale”. La burocrazia sovietica, infatti, per mantenere i propri privilegi doveva lasciare chiusa in un cassetto la Rivoluzione ermanente e il suo autore…
Un’altra notazione interessante, sulla destalinizzazione, che emerge e riportiamo dalla prefazione de Il profeta disarmato:
“In quella seduta Khrusciov parlando sulla mozione per l’espulsione di Molotov, Kaganovic e Malenkov ricordò le grandi purghe, l’argomento che ricorreva in tutti i dibattiti segreti dalla morte di Stalin. Indicando Molotov e Kaganovic esclamo: ‘Le vostre mani sono macchiate di sangue dei nostri capi e di innumerevoli bolscevichi innocenti!’. ‘Anche le tue lo sono!’ urlarono i due. ‘Sì anche le mie lo sono’ rispose Khrusciov, ‘lo ammetto, ma durante le grandi purghe ho semplicemente eseguito i vostri ordini. Allora non ero nel Politburo e non sono responsabile delle sue decisioni. I responsabili siete voi.” Quando più tardi, raccontando il fatto al Comsomol di Mosca, venne chiesto a Mikojan il perché i complici di Stalin non fossero stati sottoposti ad un regolare processo, si dice che egli abbia risposto: “Non possiamo farlo; se cominciassimo a mettere gente del genere sul banco degli imputati chissà dove ci fermeremo. Abbiamo tutti partecipato alle purghe.”
Tornando a Trotsky e ai trotskysti, vi è un altro aspetto fondamentale che possiamo trovare nell’edizione del giornalista polacco: la capacità dei trotskysti di resistere all’oppressione stalinista, di come – da veri rivoluzionari – hanno lottato per il socialismo senza abbandonare la dignità e la forza delle idee, quando ormai avevano perso tutto (affetti, famiglia, lavoro ecc.), rinchiusi nei gulag stalinisti.
Così un testimone oculare descrive i trotskysti nel gulag di Vortuka:
“I trotskysti propriamente detti, i seguaci di L.D. Trotsky erano il gruppo più numeroso. Arrivarono alla miniera nel 1936 e furono sistemati di due vaste baracche. Rifiutarono categoricamente di scendere nei pozzi. Lavoravano soltanto alle uscite non più di otto ore il giorno, invece di dieci o dodici ore come prescriveva il regolamento e come erano costretti a fare tutti gli altri occupanti del campo. Ignoravano il regolamento con metodo e ostentazione. La maggior parte di loro aveva trascorso una decina d’anni in isolamento, dapprima nelle prigioni, poi nei campi delle isole Solvoskij e infine a Vortuka. I trotskysti erano gli unici gruppi di prigionieri politici che criticavano apertamente l’indirizzo staliniano e resistevano in carcere in modo palese e organizzato.” (Il Profeta esiliato, pag.525)
Questo, se qualcuno si domandasse cosa vuol dire è essere trotskysti, è essere trotskysti.
E. G.
Note
1.
- Bucharin, durante un viaggio diplomatico in Germania, descrisse ad un esule menscevico “Stalin come il nuovo Gengis Khan” (Montefiore, Gli uomini di Stalin) ↩︎