C’è un filo nero – e viscoso come il petrolio – che lega l’ennesima azione statunitense contro il Venezuela, l’acquiescenza imbarazzata (quando non entusiasta) del governo Meloni e il mutismo selettivo delle grandi istituzioni internazionali. Un filo che si chiama imperialismo, e che oggi torna a mostrarsi senza più nemmeno la pretesa di mascherarsi dietro la retorica dei “diritti umani” o della “democrazia esportata”.
L’azione voluta da Donald Trump nei confronti del presidente venezuelano Nicolás Maduro non è che l’ultimo capitolo di una lunga guerra non dichiarata contro un paese colpevole di una colpa imperdonabile: possedere enormi riserve petrolifere e non consegnarle docilmente al capitale statunitense. Il Venezuela paga il prezzo di aver osato sottrarsi, almeno in parte, al comando del capitale transnazionale e delle sue istituzioni finanziarie. Altro che libertà, altro che popolo venezuelano: qui si parla di barili, di rendite, di controllo delle risorse strategiche. Marx lo spiegava con chiarezza brutale: quando il profitto chiama, il capitale non conosce legge. E infatti il diritto internazionale viene calpestato con la stessa disinvoltura con cui si firma un ordine esecutivo.
Sanzioni illegali, minacce, ricatti diplomatici, destabilizzazione economica: il manuale dell’imperialismo è sempre lo stesso. Cambiano i bersagli, non la logica. Il Venezuela è solo uno dei tanti teatri in cui l’impero tenta di riaffermare una supremazia in crisi, scaricando i costi della propria decadenza sui popoli del Sud globale. E mentre Washington agisce, le cosiddette “comunità internazionali” tacciono. La Nato, braccio armato dell’Occidente, guarda altrove. L’Onu, paralizzata dai rapporti di forza reali, si rifugia in comunicati vaghi e vani. L’Unione europea, sempre più condominio di interessi atlantici, si limita a seguire la linea dettata dagli Stati Uniti. Il silenzio non è neutrale: è complicità strutturale.
Il quadro si allarga se guardiamo alle ultime azioni del governo Trump nel mondo.
Iran: strangolato da sanzioni che colpiscono la popolazione.
Yemen: devastato da una guerra sostenuta e armata dagli Stati Uniti.
Siria: smembrata, bombardata, occupata.
Palestina: martoriata da decenni di colonialismo, oggi vittima di un genocidio condotto dal governo israeliano con il pieno appoggio politico e militare di Washington.
Nigeria: terreno di interferenze e militarizzazione.
Venezuela: assediato perché “sbagliato” geopoliticamente.
Stati sovrani trattati come colonie informali, pedine sacrificabili nella scacchiera del capitale globale.
Particolarmente ignobile è il sostegno del governo Trump al massacro sistematico della popolazione palestinese. Qui l’ipocrisia occidentale raggiunge vette grottesche: si parla di “valori”, di “civiltà”, mentre si giustifica l’annientamento di un popolo intero. Il genocidio diventa “difesa”, l’occupazione diventa “sicurezza”. È il linguaggio dell’oppressore, interiorizzato e ripetuto dai suoi vassalli.
Tra questi vassalli spicca il governo Meloni, erede di una tradizione post-fascista mai davvero rinnegata, si colloca senza esitazioni dalla parte del padrone. Nessuna voce critica, nessuna difesa del multilateralismo, nessuna autonomia. Solo obbedienza. È il paradosso grottesco di una destra che urla “Dio, patria e famiglia” e poi si inginocchia davanti all’ambasciata statunitense. Sovranisti con il cappello in mano.
La presidente del Consiglio e i suoi ministri amano definirsi difensori dell’italianità, della sovranità nazionale, dell’orgoglio patriottico. Poi però, quando Washington schiocca le dita, scattano sull’attenti.
Dal punto di vista marxista, tutto questo non sorprende. Lo Stato, come ci insegna la critica dell’economia politica, non è un arbitro neutrale ma il comitato d’affari della borghesia. In un paese a capitalismo dipendente come l’Italia, quel comitato risponde agli interessi del capitale dominante internazionale, oggi largamente statunitense. La Meloni non tradisce l’Italia: tradisce solo la retorica che usa per governare. In realtà è perfettamente coerente con il ruolo assegnatole nel sistema-mondo capitalistico.
Mentre si invoca l’orgoglio nazionale, si accettano basi militari straniere sul territorio, si aumentano le spese per la difesa secondo i dettami Nato, si chiudono gli occhi davanti alle guerre imperialiste. Il tutto condito da un linguaggio securitario e identitario che serve a distrarre le classi subalterne dal vero conflitto: quello tra capitale e lavoro, tra sfruttatori e sfruttati, tra centro e periferia del mondo.
Ma il Venezuela non è un caso isolato, e l’orizzonte dell’imperialismo trumpiano si allarga. Le minacce al Messico, trattato come cortile di casa; le pressioni sulla Colombia; l’assedio permanente a Cuba; le mire sulla Groenlandia, ridotta a territorio strategico da spartire. È una politica espansionista che non riconosce confini se non quelli tracciati dagli interessi del capitale e della potenza militare. Un imperialismo che, nella sua fase senile, diventa sempre più aggressivo.
Di fronte a tutto questo, il silenzio del governo Meloni è assordante. Ma forse non è silenzio: è consenso. Un consenso servile, mascherato da realismo geopolitico. E così, mentre si inneggia alla patria, si accetta che l’Italia resti una piattaforma militare, un ingranaggio della macchina bellica Nato, un paese senza voce propria nello scacchiere internazionale.
Il silenzio è complicità. Serve una critica radicale, capace di smascherare l’ipocrisia di chi parla di valori occidentali mentre bombarda, affama, occupa. Serve ricordare che la sovranità dei popoli non è una concessione dell’impero, ma un diritto da difendere contro di esso.
Denunciare l’aggressione al Venezuela significa denunciare l’intero sistema che la rende possibile. Significa smascherare l’imperialismo come fase necessaria del capitalismo in crisi. Significa rifiutare la narrazione tossica che divide il mondo tra “buoni” e “cattivi” a seconda della loro fedeltà a Washington. E significa, soprattutto, ricordare che la vera sovranità non è quella sbandierata nei comizi, ma quella che si conquista rompendo le catene della dipendenza economica, politica e militare.
Il resto – le dichiarazioni solenni, le bandiere agitate, l’orgoglio nazionale a comando – è solo rumore. O, per dirla più onestamente, è il rumore delle spazzole che lucidano le scarpe dell’impero.

