La difficoltà della Nato – appare chiara sia dal lato USA che dal lato delle principali potenze militari Europee – è foriera di incognite come quando peschi la carta imprevisti durante una partita a Monopoli e non sai mai cosa può accadere.
Questo è anche e soprattutto parte del prodotto dell’elezioni di Trump come presidente degli USA, che cambiando lo scenario della sua politica internazionale ha creato l’imprevisto, appunto. Adesso più il suo mandato si allungherà nel tempo e prima saremo in grado di scoprire se gli Stati Uniti resteranno davvero “impegnati” nella difesa dei propri alleati.
Sin dall’inizio dalla sua prima campagna elettorale, Donald Trump è sempre stato poliforme in merito alla sicurezza, ovvero ai rapporti degli USA verso l’Europa. Quello che invece è sempre stata chiara di Trump, è la sua politica “isolazionista”, reazionaria, neo fascista, intollerante e schiava del suo ego ipertrofico.
Trump ha “sfondato” le normali sovrastrutture delle correttezza politica (un esempio è il linguaggio che si è adattato all’esigenze dello statunitense medio) per avanzare come un carrarmato verso la reazione. I rigurgiti razzisti si mescolano ad un forte richiamo della componente tradizionalista dei cosiddetti evangelicas ¹ (fondamentalisti delle sacre scritture). Questa ondata reazionaria è contraria a qualsiasi forma di progresso, si scaglia contro l’aborto, contro i diritti delle donne e delle minoranze; questo permette a Trump di lanciare (a mo’ di spot) letame contro chi dissente reprimendo e comprimendo ogni forma di protesta (Università in testa) insomma un sistema bonapartista guidato da un uomo con seri problemi politici e cognitivi. Trump però non si ferma ai beceri proclami ma ha avviato una vera e propria campagna per il rafforzamento industriale militare, tagli al welfare ², attacco alle punte avanzate dei movimenti d’opposizione (come per il neo-sindaco Mamdani New York), la politica dei dazi e il genuflettersi al suo entourage finanziario che non ha fatto altro che lanciare la più grande redistribuzione dal basso verso l’alto della ricchezza degli Stati Uniti ³.
Trump vive – nonostante tutto – delle forti contraddizioni nella sua politica, non è semplice compiere un passo controverso come quello di abbandonare apertamente gli alleati sulla questione Russo/Ucraina certo lo smarcamento militare di Trump verso Zelensky ne vidimerebbe una visione diversa rispetto alle potenze Europee (cosa che ha già dimostrato trattando in modo binario con Putin) e sarebbe un passo difficile specie senza nulla in cambio da parte di Putin e porterebbe ulteriori implicazioni.
Qui non stiamo accennando solo all’aumento imposto da Trump alle spese militari per i Paesi Europei ma stiamo assistendo alla verifica di quello che ad oggi molti (anche a sinistra) avevano mal compreso, non esiste nessun conflitto Nato/Russia nella guerra in Ucraina. Il fatto che le maggiori potenze Occidentali ad oggi sostengono militarmente ed economicamente l’Ucraina non vuol dire che essi nei siano protagonisti attivi (almeno sino ad oggi).
Facciamo un esercizio logico banale: se in un ipotetico prossimo futuro, un esercizio ucronico, gli USA smettessero il sostegno militare alle forze ucraine e la Russia vincesse il conflitto – essendo un conflitto interimperialista, parafrasando Lenin – Trump uscirebbe sconfitto da questa guerra, tipo Germania Nazista? La risposta ovviamente è no.
Trump ha altri interessi più attigui ai suoi confini nazionali, oltre ad Israele, ovvero Venezuela e Groenlandia (vedremo successivamente quanto concreta quest’ultima). L’amministrazione Trump ha spinto le altre forze della Nato ad innescare un effetto domino in avanti verso la spesa militare per il semplice motivo di lasciare il tavolo della sicurezza europea all’Europa stessa, le cui potenze principali rischiano, in questo conflitto, oltre al Paese semicoloniale dell’Ucraina, di uscirne severamente ridimensionate. La Politica sgomitante di Francia e Gran Bretagna rappresenta non solo il termometro della crisi della Nato ma anche della stessa Europa.
Il governo Meloni
“Io voglio una colonna europea della Nato, ma penso che sarebbe un errore una difesa europea parallela alla Nato, sarebbe una inutile duplicazione“. (Meloni)
Il governo Italiano galleggia a fatica tentando di districarsi in questo grande labirinto della politica internazionale, la Meloni è chiusa a tenaglia tra Europa e Usa e non riesce che ad amministrare il quotidiano mancando di lucidità e strategia. Se l’obbiettivo fondamentale della sua politica estera era quello di preservare lo status quo dalle pressioni internazionali, il governo post fascista della Meloni, non è riuscito nel suo intento. L’approccio attendista di Meloni e del mediocre Tajani dipendente dagli Usa ha mostrato mancanza d’efficacia, anche per la borghesia industriale italiana.
Sono sotto gli occhi di tutti le imponenti manifestazioni di Ottobre, gli scioperi genarali e il consenso spontaneo che mai si era visto negli ultimi trent’anni in Italia a favore del popolo palestinese, solo un governo genuflesso ad Israele e alla sua lobby poteva ignorare il genocidio messo in atto da Netanyahu ed innescare un sentimento di protesta così umano e combattivo superando le appartenenze partitiche.
La cosiddetta politica concreta tanto ostentata dall’apparato di governo è stata più una politica fatta di retorica del linguaggio nostalgico. In questo contesto, il rispolverare la “mussoliniana” memoria del sovranismo, del becero sciovinismo ha avuto come obiettivo quello di chiudere un certo uso della lingua al solo scopo ideologico di mantenere l’apparenza di una sorta di identità nazionale che trova il suo terreno fertile e retrogrado nello scagliarsi contro le minoranze, contro il genere femminile e i migranti. Tutto questo al fine di trovare l’eterno nemico per nascondere i dati di una politica economica fallimentare:
- precariato in crescita in alcune aree, come il Mezzogiorno.
- PIL italiano rallentato nel secondo trimestre del 2025, con una stima di calo dello 0,1% rispetto al trimestre precedente.
- rapporto debito/PIL si attesta al 137,9% nel primo trimestre 2025, con un aumento del 2,5%.
- salari fermi da trent’anni
- probabile aumento dell’età pensionabile con il nuovo DEF
Che fare
Alla politica “arruffona” dei partiti padronali va opposta l’unità di lotta della classe lavoratrice. Alla politica del capitale va contrapposto il fronte unico strategico. Fare come il FIT in Argentina.
La strategia del Fronte Unico Rivoluzionario, anche qui in Italia, aprirebbe ad enormi prospettive per lo sviluppo della lotta di classe sia in termini di consenso che costruzione, però come ogni nuova tappa, porta con sé anche grandi pericoli. Il principale tra quelli è la tendenza a diluirci o abbandonare i principi, a sparire, a capitolare di fronte alle deficienze, alle lacune, agli errori dei leader o delle tendenze centriste, settarie a direzioni quasi ottuagenarie.
Per questo dovremmo sforzarci che l’unica possibilità è il FUR, questa strategia serve oggi più che mai al movimento operaio e alle masse, elevando le nuove tendenze rivoluzionarie ad essere una vera direzione cosciente del movimento di classe rafforzando il movimento trotskista.
La Quarta Internazionale e non una nuova internazionale – intesa al solo scopo di superare il trotskysmo – deve avere un ruolo decisivo per contrastare le inevitabili deviazioni opportuniste o codiste del nostro movimento nell’applicazione del Fronte Unico Rivoluzionario.
Questo è possibile se il mondo del lavoro acquisisce coscienza.
Unisciti al Movimento per la Lega Marxista Rivoluzionaria.
Note
1 https://aspeniaonline.it/gli-usa-di-trump-e-il-ritorno-della-religione-come-frattura-politica/
2 https://www.ilsole24ore.com/art/trump-tagli-welfare-e-piu-spesa-militare-l-ironia-tycoon-magnati-tech-AH7lmJZ
3 https://www.ilsole24ore.com/art/ancora-piu-ricchi-dieci-paperoni-usa-un-anno-hanno-guadagnato-piu-698-miliardi-$-ecco-chi-sono-AH2p6nWD?refresh_ce=1

